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venerdì 27 maggio 2016

POISON PIECE

A quanto pare, Oda sembra essere molto appassionato di veleni e intossicazioni, tanto da utilizzare questo argomento come spunto più e più volte durante la trama. Ma fino a quando è possibile sfruttare uno stesso tema narrativo senza scadere nella banalità e nella ridondanza?

Cercheremo, tramite questo articolo, di sviscerare la questione quanto più è possibile.

Iniziamo da una breve panoramica , non si vuole indugiare su cose trite e ritrite, ma è giusto analizzare e confrontare dei punti in particolare.




Primo tra tutti, Magellan.
Paramisha venefico che può produrre vari tipi di veleno, sia per quanto riguarda la composizione della tossina, sia in termini di concentrazione della tossina stessa, sia per quanto concerne lo stato fisico in cui la sostanza si viene a trovare (liquido, gas). Ciò ovviamente fa di lui l’”uomo-veleno” per eccellenza, capace di manipolare la citata sostanza in qualunque modo immaginabile.

Secondo, Cesar.
Rogia gassoso, può utilizzare a piacimento ogni sorta di gas esistente al mondo, sia esso tossico o meno. E’ abbastanza evidente la sua passione per i gas nocivi, ma in combattimento Caesar non disdegna di servirsi anche della semplice aria per mettere in difficoltà i suoi nemici. Non si può parlare di “personaggio velenoso” a tutti gli effetti, ma comunque la componente “tossicità” è parte integrante della figura dello scienziato pazzo.

Entrambi i personaggi citati sono immuni al veleno, Magellan compensa la sua immunità con qualche problemino di stomaco, Caesar invece lo abbiamo visto aver a che fare solo con veleni di tipo gassoso, (sebbene lo Slime sia la condensazione del gas tossico che invase Punk Hazard, dunque in forma liquida) non si fa nessun tipo di accenno alla resistenza dello scienziato ad altri tipi di veleno. Entrambi, inoltre, hanno contribuito all’avvelenamento del nostro capitano, il quale ha sviluppato, a seguito dello scontro con Magellan, una forte resistenza al veleno.

Improvvisamente poi il povero Luffy si avvelena di nuovo, per colpa di un pesciolino del nuovo mondo…pare strano detto così, ma le fantomatiche “esigenze di trama” sono sempre dietro l’angolo pronte ad intervenire.

Comunque sia, arriviamo ora alla bella Reiju.

Ma come? Nemmeno 200 capitoli dopo Luffy si avvelena di nuovo? Oda, e’ perz’a cap?


Non sto qui a ripetere nuovamente: esigenze di trama, era necessario introdurre Reiju ecc ecc.
Queste risposte sarebbero talmente ovvie che lasciano un po’ il tempo che trovano.

La risposta che io cerco è differente. Oda come spera di cavarsela ora che ha introdotto l’ennesimo “personaggio venefico”? E per di più a così poca distanza, in termini di tempo, dal precedente (Caesar)?

Innanzitutto a me non risulta poi tanto strano che in una famiglia di assassini vi sia un componente che ha dimestichezza con i veleni, anzi, la vedo una cosa abbastanza normale.

Tuttavia mi pare evidente che qui si renda necessaria una caratterizzazione ancora diversa dalle due precedenti.

Per quanto riguarda Caesar abbiamo una distinzione piuttosto netta se lo paragoniamo a Magellan. Oda non usa la parola “veleno” per contraddistinguerlo, piuttosto si parla di gas nocivi e tossici. Potrà sembrarvi sciocca come distinzione, eppure ho apprezzato una sensibile differenza tra le due cose.

Reiju, dal canto suo, viene etichettata come POISON PINK, “veleno rosa”, e abbiamo già potuto vedere come ha saputo resistere perfino al veleno che ha infettato il quasi-immune Luffy senza battere ciglio.

Ecco qui una prima distinzione con Magellan, il quale, poverino, nutrendosi di cibi velenosi era costretto a trascorrere più tempo in bagno che nei corridoi della sua prigione, Reiju non solo si ciba di una quantità immane di veleno, ma sembra anche beneficiarne e avere addirittura delle preferenze in termini di gusti.




E’ presto per parlarne probabilmente, ma a me piace rischiare.

Vi dico come mi sono immaginata la cosa, è un’idea mia eh, non ho basi solide per dirlo e sinceramente non me ne frega più di tanto di averne :v
Se sarà dimostrato che ho detto una nabbata, nabbata sia Siori e Siore!

Tornando a noi…. Reiju potrebbe essere uno Zoan. Credo che, da ciò che abbiamo visto, possa trattarsi solo di una fruttata, altrimenti non so proprio da dove sarebbe potuta spuntare questa sua abilità di ciuccia-veleno. Avendo già avuto a che fare con un Paramisha, lo escluderei a priori. Ho scartato anche il Rogia pensando a Caesar, forse non è una motivazione sufficiente, ma l’idea dello Zoan modello lepidoptero mia piace troppo :v(con lepidopteri si intende l’enorme gruppo di insetti costituito da oltre centomila specie tra farfalle e falene, la distinzione netta tra queste ultime due è un argomento abbastanza delicato e non mi soffermerò qui a trattarlo, parleremo impropriamente di “farfalla” e stop).

Guardando l’immagine completa di Reiju, non ho potuto non soffermarmi su alcuni particolari. Innanzitutto quelle specie di ali che ancora non ho inquadrato bene, non sono riuscita a capire se si tratti di una parte del mantello oppure di ali vere e proprie, ma vedendo come le ha spiegate nel momento in cui assorbe il veleno da Luffy ho optato più per la seconda ipotesi.

Così ho iniziato a fare ricerche su ricerche e ho cavato fuori qualche notiziola interessante.

Esistono specie di farfalle velenose, ovviamente, le colorazioni accese delle loro ali servono proprio ad avvisare i predatori di questa caratteristica. Nella fattispecie, i veleni possono essere sintetizzati dal’insetto stesso oppure essere assimilate dalla pianta ospite. Esistono anche esemplari che, per esigenze di conservazione della specie, secernono sostanze urticanti e nauseabonde che le rendono inappetibili.

Qui possiamo vedere un primo punto in comune con la componente 0 della famiglia Vinsmoke, la quale assorbe il veleno da un altro organismo, tale veleno probabilmente potrà essere riutilizzato da Reiju in modalità offensiva.

Inoltre molte specie presentano sulle proprie ali delle forme circolari che imitano grandi occhi di animali vertebrati, e sono sfruttate appunto per confondere gli animali nemici. Gli stessi disegni circolari sono riportati anche sulle “ali” di Reiju.




Per quanto concerne il nutrimento, accanto ai soliti fiori/foglie/legno, bisogna considerare che molti lepidopteri amano cibarsi di carogne. Un animale in decomposizione, si sa, produce molte sostanze che possono risultare tossiche.

Tirando le somme, credo che vi siano svariati punti a favore della teoria dello Zoan farfallesco, il che rappresenterebbe anche un buon modo da parte di Oda di dare una sfumatura diversa all’ennesimo “personaggio velenoso” di One Piece.

lunedì 14 settembre 2015

Tentato Suicidio

L’indistruttibile Kaidou delle 100 bestie, attualmente l’uomo più forte del mondo, ci viene presentato così, durante il suo epico tentativo di fare ciò in cui nessuno è mai riuscito: ucciderlo. Gettarsi da un’isola nel cielo, dopo che lance e ghigliottine si sono infrante a contatto con la sua pellaccia dura, e sopravvivere…

Sicuramente il modo in cui è stato mostrato questo personaggio ha entusiasmato la maggior parte dei lettori e, senza dubbio, Oda ha saputo giocarsela bene.
Innanzitutto l’apparizione di fronte all’alleanza di Kidd, intenzionata a combattere Shanks il Rosso,che  incappa casualmente in un altro imperatore caduto dal cielo. Il mio primo pensiero è stato: ciao ciao Kidd.
 Kaidou, però, manifesta la sua disapprovazione nei confronti del povero Doflamingo, proprio in linea con le speranze di Law. L’ultima battaglia di Doflamingo…ve la immaginate?  Uno scontro tra Kaidou e Doflamingo, se ci sarà e se ci verrà mostrato, deve essere a dir poco sensazionale. Lo scontro tra Akainu e Aokiji sarà solo un simpatico ricordo ora che siamo nel Nuovo Mondo.
Torniamo però al fulcro del discorso: il tentato suicidio dell’imperatore.


Vorrei innanzitutto sottolineare un’importante aspetto per contestualizzare questa scelta dell’autore. Il suicidio nella cultura orientale, e ancor di più in quella giapponese, ha una valenza completamente diversa da quella che gli viene attribuita invece dalla cultura occidentale.
Nella nostra fettina di mondo, plasmata dal Cristianesimo, il suicido è un atto impuro, basti pensare che Dante relega i “violenti contro se stessi”nel settimo cerchio dell’Inferno.
In Giappone le leggende dipingono in modo molto diverso questo atto, espressione di grande integrità d’animo.Seppuku-2
Il seppuku è una pratica a tutti gli effetti presente nel Bushido (codice morale e militare dei Samurai), concedere ad un nemico di praticare il seppuku non è una vergogna, bensì un onore concesso a chi sta per morire. Veniva inoltre praticato qualora si dovessero espiare gravi colpe, in tal caso, l’appartenenza ad un determinato grado nella casta militare assicurava una morte senza disonore.
Il rituale prevedeva che il soggetto si inginocchiasse nella tipica posizione giapponese, in modo da poter cadere in avanti, come confà ad un qualunque guerriero onorevole, evitando che il corpo potesse riversarsi supino. Inoltre il kaishakunin, un abile spadaccino, fidato compagno del malcapitato, aveva il compito di decapitarlo non appena compiuto l’atto, in modo da evitare una lunga e disperata agonia.
L’atto di Kaidou, dunque, è da leggere in questa ottica, ovviamente senza dimenticare la giusta dose di ironia, data la situazione. Comunque sia, il movente che sembra aver spinto l’imperatore a praticare il suicidio è la noia.
kaido1



“Un mondo così noioso non merita di esistere, è tempo di iniziare quella che sarà la più grande guerra di tutti i tempi”

sabato 18 luglio 2015

Il Clima Tackt e il pilastro che spianò la via lattea

L’arma che accompagna la nostra navigatrice sin dai tempi di Alabasta è il Clima Takt, un bastone componibile dotato di una particolare tecnologia che gli consente di generare bolle con proprietà differenti. Venne costruito da Usopp sulla base della vecchia arma utilizzata da Nami: un semplice bastone rosso che può essere smontato in tre parti.

Molti di voi sapranno già che, con buona probabilità, Oda si è ispirato al Nyoibo, l’arma del piccolo Goku. Come si può vedere in molte tavole (ad esempio la copertina del volume 9) il bastone di Nami è molto simile alla prima arma di Goku, pur non presentando, in un primo momento,  la stessa peculiarità di allungarsi over 9000 km. Conoscendo la passione del Sensei per l’opera di Toriyama, ho deciso di fare qualche ricerca su questo particolare bastone sperando di trovare analogie interessanti. Ed effettivamente così è stato.
Sono molti i mangaka che si sono ispirati alla leggenda dello Scimmiotto di pietra per dare vita alle proprie opere, il più famoso esponente è senza dubbio Dragon Ball, ma basti pensare anche a manga come Saiyuki o il meno conosciuto Saiyukiden.


Ovviamente, anche il Nyoibo prende spunto da questa famosa leggenda cinese.
Vi racconterò qui solo una parte di questa affascinante storia, quella che fondamentalmente è di nostro interesse ora come ora.

Lo Scimmiotto, nato da una rupe che racchiudeva in sé le essenze del Cielo e della Terra, divenuto Re delle scimmie sue compagne, decise di trovare il modo per raggiungere l’immortalità e fuggire da Yama, il Re della  Morte. Si mise in cammino alla ricerca di un Buddha, o di un Saggio, e, dopo svariate ricerche, divenne discepolo di un Immortale. Lo Scimmiotto pregò di raggiungere “la Via della Lunga Vita” e così fu condotto all’Illuminazione. Tornato dopo anni dalle scimmie sue suddite, il Re dovette competere con il Demone della Distruzione per liberare il suo seguito dal tormento di questa entità. Dopo aver combattuto con il Demone, lo Scimmiotto prese la sua spada e decise di utilizzarla come arma. 
Di lì a poco, l’immortale Re delle scimmie decise di dotarsi di un’arma più potente e si recò così nel Regno del Mare, più precisamente nel palazzo del Drago del Mare Orientale. Qui, tra varie armi che non lo soddisfacevano, trovò  un pilastro, il pilastro di ferro magico che spianò la Via Lattea. Lo Scimmiotto ne era entusiasta, ma le dimensioni della colonna erano troppo anche per lui. Quando toccò il pilastro, esso si accorciò diventando un bastone la cui taglia poteva essere modificata. Lo Scimmiottò però era avido e non si accontentò. Chiese al Drago anche un abito che potesse intonarsi con la nuova arma, tuttavia quest’ultimo non possedeva nulla del genere. Contrariato e forte del suo nuovo tesoro, il Re delle Scimmie minacciò il Drago che, spaventato, decise di chiamare i suoi fratelli provenienti dal mare Settentrionale, Meridionale e Occidentale. Costoro furono in grado di accontentare lo Scimmiotto e donargli dei vestiti. Allora lo Scimmiotto partì, deridendo i Draghi per la loro vigliaccheria.

In questa piccola e riassuntiva parte della leggenda abbiamo modo di apprezzare svariate analogie con l’pera di mastro Oda. Innanzitutto i Draghi del Mare, ognuno protettore di una differente zona, probabilmente la decisione di Oda di suddividere in questo modo le aree marittime del suo ricco mondo è ispirata proprio da questa leggenda e, inoltre, la scelta di iniziare la narrazione dal Mare Orientale potrebbe essere legata proprio al Drago del Mare Orientale, chissà… 
Torniamo però a parlare del Clima Tackt, che dovrebbe appunto essere ispirato all’arma di Goku. Il Nyoibo è una rielaborazione del pilastro di ferro che consentì di “battere e spianare la Via Lattea”, l’unica arma che lo Scimmiotto di pietra ritenesse abbastanza resistente e pesante. 


Quest’arma sovrumana appartiene dunque al tesoro del Regno del Mare, e il fatto che la sua rivisitazione sia stata affidata alla Navigatrice dei Mugiwara è, secondo me, un’analogia interessante. Nami ha una perfetta conoscenza dell’oceanografia e della meteorologia, padroneggia l’arte del clima, e il suo accostamento con la forza naturale del mare è quasi automatico, considerando anche che, come saprete, il suo some significa “onda”. 
Queste mie congetture, fino a poco tempo fa, erano abbastanza, come dire, campate in aria. Logicamente, il bastone è un'arma abbastanza comune, dunque l'associazione con il Nyoibo sarebbe potuta essere un po' forzata sotto certi aspetti. Fortunatamente però, con l'ultimo upgrade del Clima Tackt sembra che Oda abbia voluto semplificarmi le cose, strano a dirsi vista l'abilità del maestro di mandare in fumo qualunque tentativo di previsione e/o interpretazione....

Comunque sia, vi confesso che l'idea che la reinterpretazione Odesca dell’arma di Goku fosse stata affidata ad un personaggio come Nami mi ha recato non pochi dubbi. Nami non è un personaggio a cui piace combattere, anzi generalmente preferisce evitare scontri diretti a meno che non ci sia qualche particolare motivazione. Per quale motivo allora affidare a lei il Nyoibo, e non a qualche altro personaggio che avrebbe potuto valorizzarlo meglio? 
Considerando però i riferimenti mitologici citati poco fa, questa scelta narrativa non sembra più essere così "stonata" , considerando il ruolo incarnato dalla Navigatrice.

Ovviamente, tutto ciò che ho scritto fin ora è frutto di una mia idea personale, non so se effettivamente Oda abbia scelto l’arma di Nami in base a queste analogie, però devo ammettere che le possibilità non sono poche e che, effettivamente, si tratta di un parallelismo davvero affascinante.




martedì 24 febbraio 2015

ONE PIECE - SHONEN FUORI DAGLI SCHEMI

Sono sempre stata una fautrice del fatto che One Piece ricalchi molti tratti tipici di uno shonen, come la gestione delle vicende, che sebbene molto intricate, per lo più vengono risolte seguendo un copione abbastanza standard: presentazione di un nemico - serie di fatti che portano allo scontro - combattimento finale - nuovo assetto.

Diciamo che nella prima e nella terza fase, One Piece si mantiene abbastanza sulla linea del manga per ragazzi.
Per oltrepassare determinate condizioni e quindi, se vogliamo, passare al livello successivo, bisogna affidarsi ad un combattimento che deciderà le sorti della storia e lo scontro in sè viene solitamente gestito in "round": abbiamo una fase iniziale equilibrata che poi si sbilancia prima verso la parte antagonista e poi verso "i nostri". Inoltre, questi round possono ripetersi anche più volte consecutivamente prima di giungere all'epilogo.
E' ad esempio il caso dello scontro contro Crocodile, o con Lucci a Water 7 e ancora con Doflamingo nella saga attualmente in corso.

Nella maggior parte dei casi è necessario un power-up in termini di abilità nel gestire un combattimento, il protagonista si trova a scoprire i punti deboli di un avversario che inizialmente viene presentato come imbattibile e poi successivamente arriva a sconfiggerlo.

Possiamo ora iniziare a definire una prima distinzione tra One Piece e gli altri shonen e si tratta proprio di questo famoso power-up.

A Dressrosa, ad esempio, la fase della "serie di vicende che portano all'epilogo" risulta particolarmente intricata e vede la comparsa di numerosi personaggi, ognuno con un proprio scopo, che contribuiscono a ritardare o accelerare la scalata verso la fine.

In ogni caso, la particolarizzazione dei personaggi, in One Piece, è certamente una caratteristica centrale ed, esistendo personaggi molto diversi, il loro salto di qualità può essere differente, ed è ciò che, sostanzialmente, vediamo nel time-skip.
La definizione di ruoli e di traguardi differenti fa sì che si generi una rete di strade che ogni personaggio prosegue indipendentemente, pur potendo stare in gruppo.









Certamente, abbiamo un unico protagonista, Rufy, il cui tratto particolare, però, non è nè la forza fisica, nè l'abilità in combattimento, ma l'empatia. Rufy riesce ad attirare le persone e ad accendere gli animi di chi è attorno a sè e rende visibile a tutti una via di fuga da qualunque incubo.


Sappiamo che tutti i Mugi continueranno a combattere per la realizzazione del sogno di Rufy e, intanto, proseguiranno lungo la propria strada, arricchendo così la storia di numerose sfaccettature inaspettate.
Non sono pochi gli esempi di shonen in cui il binomio protagonista-antagonista è il motore di base ma in One Piece risulta tutto più articolato.

Sorge ora un'altra questione. Quanto è centrale il ruolo della predestinazione dei personaggi? Sotto molti punti di vista, One Piece appare come un manga abbastanza "rivoluzionario", basato interamente sullo scardinare determinati assetti e convinzioni. Ma ultimamente abbiamo avuto anche la dimostrazione che, in fondo, un destino è pur sempre scritto, o più che altro, diciamo che è scritta una storia, probabilmente destinata a ripetersi.

Oltre al "sarò il re dei pirati", c'è qualcosa di ben più grande che si sta sviluppando piano piano. La mente di Oda ha partorito un mondo ricco ed enorme in cui tantissimi personaggi hanno una propria rotta da seguire che si intreccia in modo ricco e mutevole con le altre. E' un manga che evolve continuamente saga dopo saga.




giovedì 22 gennaio 2015

COMBATTERE IN ONE PIECE

One Piece è pur sempre uno shonen e, come tale, è strutturato in modo tale che i personaggi, per raggiungere il traguardo prefissato, debbano superare degli step obbligati, per aumentare il loro livello di potenza. La caratteristica pregnante di un manga di questo tipo è, senza dubbio, la presenza di numerosi combattimenti. Ogni nodo della trama, o almeno la maggior parte, si scioglie solo grazie ad uno scontro che porterà o meno i protagonisti a procedere nella storia. 

Detto così probabilmente è un po’ riduttivo, ma il pattern seguito dagli shonen è sostanzialmente lo stesso e anche i combattimenti, bene o male, seguono un’impostazione comune: inizio dello scontro, minacce varie ed eventuali,  il nostro personaggio si trova ad un passo dalla fine, power-up, vittoria.

Alla luce di queste caratteristiche comuni, però, i vari shonen possono distinguersi profondamente l’uno dall’altro. 
Sebbene One Piece segua questo pattern abbastanza fedelmente, ciò che lo distingue dai suoi simili è, a mio parere, l’interpretazione che Oda ha voluto dare al “combattimento”. 

Non si tratta solo di un affermare la superiorità di un personaggio rispetto ad un altro, ma comprende molti aspetti, primi tra tutti la determinazione. 
La componente psicologica è fondamentale. La voglia di vincere e la ragione per cui si sta combattendo sono una fonte inesauribile di forza. Si passa quindi da uno scontro sul piano fisico, ad uno scontro sul piano mentale, dove ciò che conta è l’integrità e la forza del proprio spirito. 
Dopotutto anche l’allenamento non viene inteso come mero esercizio fisico, ma come un processo che tempra il corpo e la mente, e ne abbiamo avuto ampia dimostrazione con il time-skip.

Comunque sia, più è importante l’ideale maggiore sarà la forza sprigionata ed è proprio la determinazione che consente di sbloccare un power-up e di attingere a tecniche con un potere notevolmente superiore.

Non per questo però viene data poca rilevanza alla forza fisica o alla tecnica, anzi. Lo vediamo, ad esempio, in personaggi come Zoro che, oltre a lavorare molto sulla propria mente, devono curare minuziosamente anche la pulizia dei movimenti e saper dosare la propria forza alla perfezione. In questo scenario riusciamo quindi a capire cosa significhi che “una buona spada taglia solo ciò che vuole il proprio padrone”.

Un’altra particolarità su cui voglio focalizzarmi è il “significato” che i personaggi danno al combattimento. A primo impatto viene da pensare che “combattere” sia una cosa vincolata ad un sentimento di “odio” o di “ripudio” nei confronti del proprio avversario. Beh, in One Piece (ma non solo), il combattimento svolge una funzione ben più importante. Due persone che si scontrano stanno condividendo la stessa battaglia, si muovono sullo stesso terreno, condividono il dolore e seguono un ideale…ciò accomuna e lega indissolubilmente i due lottatori che spesso diventano anche amici al termine dello scontro. E’ ciò che accade, ad esempio, tra Bellamy e Bartolomeo al termine del blocco B. Vi è quindi una completa rivisitazione del concetto di “scontro” che passa dall’essere una ragione di allontanamento ad un motivo di unione. 



Ovviamente questa non è una regola con validità generale, sono presenti anche casi in cui un personaggio si trova a combattere per rabbia o per punire una serie di atti malvagi (cosa che accade praticamente sempre in tutti gli scontri più importanti di Rufy). 

Dobbiamo anche precisare un’altra particolarità dell’interpretazione data da Oda. Perfino un nemico, per essere definito tale, merita rispetto e deve dare rispetto e ciò ricalca il tipico costume giapponese. Questo è un requisito fondamentale perché possa avvenire uno scontro. Lo vediamo in ben due occasioni: sia con Shanks al villaggio Foosha sia a Mock Town. Shanks si rifiuta di combattere contro Higuma ritenendo sciocco litigare per una bottiglia di sakè versata addosso. Ricalcando le orme del suo mentore anche Rufy, e di conseguenza Zoro, si rifiutano di combattere contro Bellamy al loro primo incontro. Da qui possiamo capire due cose. Innanzitutto il rispetto per il capitano: Zoro è pronto a lasciarsi ferire e sconfiggere per onorare la decisione di Rufy, ma non è tutto qui. Né Il Rosso né Cappello di Paglia hanno ritenuto di dover lottare con uomini che deridono gli ideali e i sogni altrui e non nutrono rispetto per il proprio avversario. In quest’ottica, incassare i colpi non è una sconfitta, ma la più grande vittoria e Rufy lo capirà solo crescendo… 




Voglio concludere portando nuovamente alla vostra attenzione il fattore, a mio parere, più importante. Un combattimento non è necessariamente uno scambio di colpi più o meno potenti, ma, essendo una lotta di determinazione, ogni tipo di scontro che contrappone una volontà ad un’altra è inteso come un combattimento, quindi anche personaggi che fuggono come Usopp o Nami non sono diversi dai combattenti che ricorrono alle più sofisticate tecniche di lotta, dal momento che non si tirerebbero mai indietro se fossero minati la libertà e gli ideali dei propri compagni.

martedì 6 gennaio 2015

Itadakimasu!! - Il ruolo del cibo in One Piece

Come accade in moltissimi altri shonen, anche in OnePiece viene data particolare rilevanza al cibo ed esso si trova ad assumere un ruolo fondamentale in più di un’occasione. 
La fame insaziabile di Rufy lo porta a prendere delle scelte anziché altre e lo guida attraverso le vicende quasi come se la sua legge fosse “va dove ti porta l’appetito”. E diciamo che questo si è spesso rivelato un asso nella manica per il nostro capitano.
Procediamo però per gradi.

Innanzitutto vediamo che i personaggi , e più di tutti il capitano, riescono a riacquistare interamente le proprie forze addormentandosi o mangiando a sazietà anche dopo combattimenti che li hanno portati quasi alla morte. Un buon pasto rinfranca il corpo e l’anima e cura qualsiasi dolore.

Sappiamo anche che Rufy ha dato moltissima importanza alla presenza di Sanji in ciurma. Desiderava a tutti i costi un cuoco che si potesse occupare di deliziare il palato di tutti, ma fortunatamente il nostro Sanji, oltre ad essere abile, è anche molto attento a fornire ai suoi compagni il giusto apporto di ogni tipo di sostanza nutritiva. 
Ruolo emblematico quello del cuoco. 
Ricordiamo inoltre che il biondino della ciurma non utilizza le mani per combattere proprio perché lo scopo delle mani di un cuoco è unicamente quello di cucinare. Questa ferrea legge ci aiuta ancora di più a capire la dedizione di chi ama quest’arte.



Facciamo ora un salto a Dressrosa. 
Ricordiamo tutti il motivo per cui Rufy prende a cuore la storia di Rebecca, giusto? 
La donna gli compra tre cestini del pranzo e, solo grazie a questo, Rufy riesce a catalogarla come una persona buona d’animo. Ciò è posto in evidente contrapposizione con il fatto che Rebecca non mangia praticamente mai e ignora i morsi della fame a causa della tragedia trascorsa durante l’infanzia. E’ quasi come se Oda volesse enfatizzare la tristezza e il rancore della gladiatrice rimarcando questa sua rinuncia al cibo. 

Questo però non è l’unico avvenimento degno di nota. Ce ne sarebbero moltissimi altri.
Uno dei primi che mi viene in mente è lo scontro tra Rufy e Zoro. 
Il primo vero litigio della ciurma scoppiato proprio a causa della mancata riconoscenza di Zoro verso i cittadini di WiskeyPeak. 
Rufy non transige. Lo spadaccino ha osato fare del male a cloro che gli hanno offerto cibo e bevande e  per questo merita la morte. 
Il combattimento è davvero divertente, Zoro tenta in tutti i modi di spiegarsi, ma senza riuscirci. E’ evidente che Rufy non si fa scrupoli a combattere con un suo fidato compagno qualora egli “sputi nel piatto dove ha mangiato”, nel caso specifico questo il modo di dire calza a pennello. Il motivo? semplicemente Rufy non riesce a credere che chi gli ha offerto da mangiare possa essere una persona cattiva.


Fermiamoci poi a Mock Town e precisamente al capitolo 223…beh qui i riferimenti all’argomento in questione fioccano. 
Una delle mie scene preferite è quella del cesto di mele esplosive di Doc. L’insaziabile fame di Rufy è ancora una volta una caratteristica vincente, non sono pochi coloro che avrebbero avuto remore ad accettare la mela da un tizio del genere, ma il nostro capitano si fionda immediatamente a prendere una delle mele…e ovviamente la fortuna è dalla sua parte. Siamo ad uno dei capitoli centrali per l’intera storia di OnePiece e, ancora una volta, il cibo assume un ruolo fondamentale. 
Per non parlare poi del fatidico incontro con Teach avvenuto proprio a causa di un litigio che ha per argomento il sapore della crostata di ciliegie della locanda.



Capita inoltre che per alcuni personaggi determinati cibi costituiscano molto di più che semplice nutrimento, come accade nel caso dei mandarini per Nami. 
Essi infatti rappresentano il sacrificio di Bellmère, i ricordi di infanzia e più di tutti la promessa di realizzare il proprio sogno.

Non mancano poi le occasioni in cui un buon pasto riunisce gli animi di nemici atavici.
Fermiamoci un attimo a Punk Hazard, al capitolo 696.
 In quell’occasione assistiamo ad una scena molto significativa. Innanzitutto vediamo il piccolo Momonuske che si rifiuta di mangiare e risulta  emblematica la frase di Kin’emon che in lacrime dice al figlio “lasciamoci salvare”. 
E poi, non meno importante, vediamo banchettare tranquillamente pirati e marina che, grazie alla bontà dei piatti di Sanji, dimenticano temporanemente di marciare su due binari differenti. 




Insomma, come detto all’inizio, Oda sensei sottolinea in moltissime occasioni la funzione catartica e unificatrice del cibo e dà un’importanza particolare a coloro che si dedicano all’arte culinaria, tanto da dedicarvi persino un sogno e una meta come l’All Blue. 

Non sarebbe strano infatti se Sanji, a questo punto della storia, riuscisse ad ingraziarsi Big Mom con una bella e buonissima torta xD

venerdì 2 gennaio 2015

KIKOKU, IL PIANTO DEL DEMONE

L’arma del Chirurgo della Morte è una spada lunga che prende il nome di nodachi. La traduzione letterale di “nodachi” è, in realtà, “spada da campo”, tuttavia non sono pochi i casi storici in cui il termine “nodachi” si è utilizzato in luogo di “odachi” che significa “spada lunga”. La odachi è nata come leggera variazione della tachi, una spada molto ricurva e poco più lunga di una katana (che raggiunge i 70 cm, mentre la tachi arriva a circa 78 cm) che veniva utilizzata dai combattenti a cavallo. Il prefisso “o” indica infatti che la spada ha lunghezza maggiore di un tachi (viceversa, se “più corta” si parla di kodachi). 

Quando pensiamo ad un Samurai, la prima cosa che ci viene in mente è il connubio katana wakizashi, ma questa è in realtà un’imprecisione. Sia le katane che le tachi erano utilizzate dai Samurai e, per la precisione, quest’ultima era l’arma della classe più alta poiché più maneggevole (avendo il manico leggermente ricurvo era facilitata anche la presa) ed era più semplice da utilizzare in armatura completa (quindi da i soldati di rango maggiore). Le tachi, assieme alla loro derivazioni, divennero sempre meno utilizzate poiché durante la guerra contro i mongoli si resero evidenti i difetti di questo tipo di arma. Così le tachi vennero completamente abbandonate (molte di esse furono tagliate per renderle di dimensioni comparabili a quelle di una katana).  



Ciò che distingueva le katane dalle tachi, oltre alla dimensione, era principalmente il modo di indossare la spada. Normalmente una katana viene infoderata con il filo verso l’alto, viceversa una tachi viene infoderata con il filo rivolto verso il basso. Per cui una stessa spada diviene tachi o katana a seconda di come la si lega alla cintura e degli accessori di cui è dotata, ricordiamo infatti che la fattura della tachi era certamente più pregiata. La nodachi è molto più lunga della tachi e necessita, generalmente, due mani per essere utilizzata, sebbene questo non sia il caso del nostro Trafalgar che la riesce a direzionare alla perfezione anche con una sola mano, imprimendo anche al colpo una forza sufficiente. Caratterizziamo meglio questa spada a due mani: la lama e la tsuka (impugnatura) sono ricurve e le dimensioni globali possono raggiungere anche 1,8 m (si pensi che la odachi più lunga ha una dimensione totale di 3,7 m e aveva funzione cerimoniale). Spesso le nodachi possono apparire sproporzionate poiché l’impugnatura è più grande di quella della classica katana, comunque una nodachi ottimale dovrebbe esibire un rapporto lama/impugnatura di 4/1.


La spada di Law, la Kikoku, non è purtroppo una spada di pregiata fattura e questa cosa, a dire il vero, mi lascia un po’ perplessa. Un personaggio come il Chirurgo in questione è sicuramente sufficientemente abile e meritevole di utilizzare una meito, eppure egli rimane fedele alla sua nodachi fin dal primo momento in cui lo incontriamo e non sembra minimamente intenzionato a farsela portare via. A tal proposito possiamo ricordare l’episodio in cui Vergo confisca la spada a Law e il chirurgo, non appena ne ha la possibilità , la rintraccia tramite i suoi poteri.

martedì 16 dicembre 2014

I Giganti di Erbaf

Il personaggio cui è stato dedicato l’ultimo capitolo è il potente guerriero Hajrudin, appartenente alla stirpe dei giganti di Elbaf. Come tutti sappiamo, non è la prima volta che incontriamo giganti provenienti da quest’isola misteriosa su cui molti lettori hanno fantasticato. La prima volta che ci trovammo dinnanzi a queste mastodontiche creature fu nel lontano capitolo 116. Già da qui Oda iniziò a dare una ben precisa caratterizzazione ai giganti provenienti da Elbaf: dal disegno appare evidente che l’autore si sia ispirato alla popolazione dei Vichingi, ma non è tuto qui, anche il senso dell’onore e l’amore per la battaglia che pervade i cuori di queste creature è ispirato alla cultura norrena.

“Da noi vige una legge precisa: quando nasce una controversia e nessuna delle due parti si ritira, allora sarà il dio di Elbaf a decidere. Il nostro dio protegge solo chi è nel giusto e lo lascia vivere.”


Questa frase di Dorry leva ogni dubbio a riguardo. Il gigante si riferisce ad un dio giusto che decide le sorti dei guerrieri in battaglia per cui solo i più valorosi meritano la vita. 
Il parallelismo con il dio Odino della religione nordica è evidente. 
Odino è il dio della sapienza e della saggezza e, tra le molte divinità guerriere, è l’unico ad essere definito contemporaneamente “Padre della Vittoria” e “Padre dei Caduti” proprio perché è lui a decidere a chi andrà la vittoria, ma non solo, diviene anche padre di coloro che perdono la vita in battaglia. 
Egli dunque distribuisce quelli che sono i due doni più ambiti per un guerriero: la vittoria e la morte.

Facciamo ora uno skip di qualche centinaio di capitoli e, prima di tornare a Dressrosa, fermiamoci ad Enies Lobby. Qui troviamo altri due componenti della ciurma della ciurma dei Giganti Guerrieri fedeli alla legge di Elbaf. Oimo e Karsee, infatti, pur di scarcerare i propri capitani si offrono di divenire guardie e lavorare per la Marina per  100 anni. 
Il loro senso di fedeltà e onore è davvero forte e radicato. Anche questi due giganti vengono raffigurati con abiti e armi tipici della tradizione nordica, eccezion fatta per l’elmo di Oimo che è un tipico copricapo romano.

Nel creare la ciurma dei Giganti Guerrieri Oda sensei si è ispirato ad un anime tedesco intitolato “Vicky il Vichingo” che ha per protagonista un ragazzino, Vicky, saggio capitano di una ciurma di guerrieri scapestrati e dediti alla battaglia. Alcune fonti riportano che i personaggi di Oimo e Karsee siano ispirati a Tjure e Snorre, due componenti della ciurma costantemente in litigio. 
A dire il vero, sono più portata a pensare che questi due personaggi abbiano dato spunto per la creazione di Dorry e Brogi, sia dal punto di vista del disegno (colore dei capelli, vestiario ecc) sia per il fatto che questi due personaggi ci vengono presentati come protagonisti di un litigio che ha ormai radici lontane nel tempo.

E’ il momento ora di fare un salto verso gli ultimi capitoli e giungere a Dressrosa all’interno della gabbia per uccelli.

“Tu mi hai salvato e io non sono nemmeno riuscito a ripagarti. Che vergogna! Se avessi voluto davvero ripagarti il favore anche con la morte allora adesso non dovrei essere vivo. E’ tutto qui quello che può valere la mia gratitudine?”

Belle e piene di significato le parole di Hajrudin stramazzato sotto i colpi di Marchvise, con esse viene sottolineato ancora una volta l’enorme senso dell’onore dei giganti di Erbaf. 
Ricordiamo che non tutti i giganti incontrati fin ora abbracciano questa mentalità dedita alla battaglia, infatti personaggi come Sauro additano questo modo di condurre la propria vita come incivile e barbaro. 
Devo confessarvi però che io ho sempre avuto un debole per i guerrieri convinti e pronti a dare la propria vita per un ideale…


Tornando al discorso sull’ultimo capitolo, Hajrudin da buon guerriero quale è, raccoglie le sue forze per contrapporsi all’ultimo fatale attacco di Marchvise, spedendolo “…verso la terra degli dei”. Il colpo che usa è chiamato Gungnir, nome della potentissima lancia del dio Odino.  Letteralmente Gungnir significa “implacabile” e si narra che questa lancia avesse la capacità di colpire il proprio bersaglio sempre e senza possibilità di errore. Sono quindi portata a pensare che questo sia l’attacco più potente a disposizione dell’ormai disperato gigante il cui unico desiderio è ripagare il gesto di Usop anche con la propria vita, viene posta enfasi ancora una volta sull’ideale che muove i cuori dei guerrieri: una morte onorevole è il più grande dono che il loro dio possa offrire.

venerdì 7 novembre 2014

L'Olandese Volante



Una nave maledetta, destinata a vagare in eterno. Uomini prigionieri tra massicce doghe di legno, che per il resto della vita non potranno sentire sotto le suole la fermezza della terra. Un capitano punito per chissà quale orribile colpa: ha sfidato Dio? ha ceduto alle lusinghe del Diavolo? ha cercato di superare i limiti umani? Questo è l’Olandese Volante.






Le sue vele sono consumate, non si sa come la chiglia resista ancora, si narra perfino che sul suo ponte malmesso si sia intravisto lo spettro del capitano giocare a dadi con il Diavolo in persona. Una splendida e terrificante leggenda quella dell’Olandese Volante…non si è nemmeno certi se quello sia il nome della nave o il soprannome dato al suo capitano. Le origini di questa immagine folkloristica sono incerte, alcuni dicono olandese, altri inglese…tuttavia il primo resoconto di questa leggenda possiamo trovarlo nell’opera “Voyage to Botany Bay” scritta da George Barrington nel 1975. Si narra che questa leggenda abbia influenzato il comportamento dei marinai nel corso della storia e che essi fossero terrorizzati dalla possibilità incontrare per mare il nefando vascello.

Ovviamente, non potendo parlare di una nave senza dare la giusta importanza a chi la governa, spendiamo qualche parola riguardo il suo capitano: Van der Dekken. Questo personaggio è ispirato, secondo alcune fonti, al capitano olandese Bernard Fokke, argomento di molte discussioni in quanto si dice che a suo tempo riuscisse a fare spola tra l’Olanda e l’isola indonesiana di Giava ad una velocità fuori dal comune. La credenza popolare era che egli avesse stretto un patto col diavolo. Secondo altre fonti, invece, il capitano Van der Dekken era un uomo avido e risoluto, talmente sicuro di sé da non fermarsi davanti a nessuna avversità. Fu proprio questa la condanna per lui, il suo equipaggio ed il suo veliero: nell’avvicinarsi al Capo di Buona Speranza, la nave andò incontro ad una potente tempesta, il capitano decise di proseguire in ogni caso, sebbene si dice avesse udito in sogno una voce che lo implorava di cambiare rotta. Prossimo al naufragio, Van der Dekken invocò allora il Diavolo promettendogli la propria anima in cambio della salvezza.


Questa leggenda fu ripresa e modificata più volte da diversi autori, tra i quali il nostro venerato ed osannato mastro Oda. Incontriamo per la prima volta Van der Dekken nel capitolo 606 del manga, tuttavia l’immagine regalataci da Oda è leggermente diversa da quella della leggenda. Dekken, ottavo discendente del “vero” capitano dell’Olandese, è a piede libero nell’isola degli uomini pesce, non costretto a rimanere sulla propria nave.




Il suo carattere conserva i tratti originali, è un personaggio avido e meschino, mentalmente instabile, capace di ricorrere ai più malvagi stratagemmi per ottenere ciò che vuole: si veda ad esempio la povera principessa Shiraoshi, obiettivo ambitissimo dall’uomo-pesce, cui è stata scagliata contro la gigantesca Noah a causa dell’ennesimo rifiuto. Secondo la leggenda raccontata da Oda, il Dekken di centinaia di anni fa, assieme al suo equipaggio incappò in una forte tempesta, ricalcando così la storia originale. Divenuto ormai folle, il capitano sterminò la propria ciurma gettandola in mare, attirando così su di sé le ire degli dei che lo condannarono a vagare in eterno. Dekken, dopo tempo, reclutò una nuova ciurma che potesse badare alla nave, ed è questa la ciurma che si scontrerà con i Mugiwara a 7000 metri di profondità. L’Olandese volante è una delle navi più grandi e maestose mai apparse nel mondo di One Piece, omaggio di Oda ad una delle leggende più famose...